Per molti anni la sicurezza fisica si è basata su un principio semplice: una volta superato il varco di ingresso, una persona veniva considerata affidabile. Oggi questo approccio non è più sufficiente.
La crescente integrazione tra controllo accessi, videosorveglianza, sistemi di building automation e reti aziendali ha modificato profondamente il concetto stesso di sicurezza. In questo contesto si sta affermando anche nel settore della sicurezza fisica il modello Zero Trust, già consolidato nel mondo della cybersecurity.
Cosa significa Zero Trust?
Il principio è racchiuso in una frase ormai nota nel settore della sicurezza informatica:
“Never trust, always verify” (non fidarti mai, verifica sempre).
Secondo il National Institute of Standards and Technology (NIST), punto di riferimento internazionale per gli standard di cybersecurity, nessun utente, dispositivo o sistema dovrebbe essere considerato automaticamente affidabile solo perché si trova all’interno della rete aziendale o all’interno di un edificio.
Ogni richiesta di accesso deve essere verificata in funzione di diversi elementi, tra cui:
- identità dell’utente;
- credenziale utilizzata;
- stato del dispositivo;
- posizione;
- orario;
- livello di rischio della richiesta.
In altre parole, la fiducia non è permanente ma viene continuamente rivalutata.
Dalla cybersecurity alla sicurezza fisica
Se fino a pochi anni fa il modello Zero Trust era associato quasi esclusivamente alla protezione delle reti informatiche, oggi il concetto viene applicato sempre più spesso anche ai sistemi di controllo accessi.
Il motivo è semplice: i moderni impianti di sicurezza non sono più sistemi isolati.
Lettori di badge, controller, telecamere IP, serrature elettroniche e piattaforme cloud fanno parte di un ecosistema digitale connesso. Questo significa che una vulnerabilità informatica può avere conseguenze anche sulla sicurezza fisica dell’edificio.
Per questo motivo cresce l’interesse verso un approccio che non si limiti a verificare una credenziale all’ingresso, ma continui a valutare l’affidabilità dell’accesso durante tutto il suo ciclo di vita.
Come cambia il controllo accessi
Applicare i principi dello Zero Trust non significa sostituire completamente gli impianti esistenti, ma renderli più intelligenti.
Tra le funzionalità che stanno diventando sempre più diffuse troviamo:
- autenticazione multifattore per l’accesso ad aree sensibili;
- credenziali digitali su smartphone;
- gestione dinamica dei permessi;
- verifica dello stato del dispositivo utilizzato;
- monitoraggio continuo degli eventi;
- integrazione tra controllo accessi, videosorveglianza e sistemi di cybersecurity.
L’obiettivo è ridurre al minimo la fiducia implicita e limitare ogni accesso esclusivamente alle risorse realmente necessarie.
Un cambio di mentalità
Secondo numerosi esperti del settore, lo Zero Trust rappresenta soprattutto un cambiamento culturale.
In passato era sufficiente verificare chi entrava nell’edificio.
Oggi occorre chiedersi continuamente:
- chi sta richiedendo l’accesso?
- da quale dispositivo?
- verso quale area?
- in quale momento?
- con quale livello di autorizzazione?
Ogni risposta contribuisce a determinare se concedere, limitare o negare l’accesso.
La convergenza tra sicurezza fisica e cybersecurity continuerà ad accelerare nei prossimi anni.
Le organizzazioni stanno investendo in piattaforme sempre più integrate, capaci di correlare eventi provenienti da controllo accessi, videosorveglianza, reti informatiche e sistemi di gestione degli edifici.
In questo scenario, il modello Zero Trust rappresenta una delle evoluzioni più significative per aumentare la resilienza aziendale, ridurre il rischio di accessi non autorizzati e proteggere persone, dati e infrastrutture.
Per le aziende, adottare questo approccio significa passare da una sicurezza basata sulla fiducia a una sicurezza fondata sulla verifica continua: un cambiamento destinato a diventare lo standard anche nel controllo accessi moderno.